mercoledì 24 marzo 2010

25 Marzo : festa della MADONNA DEI GARZONI.

Nel mondo contadino, un personaggio importante ma spesso trascurato è il garzone.
Era un lavorante agricolo con contratto annuale che aveva diritto ,oltre alla paga , al vitto e all’alloggio presso il colono per cui lavorava.
Il suo contratto scadeva il 25 marzo di ogni anno , nel giorno della festa dell’Annunciazione di Maria Vergine, chiamato appunto “ e’ dè dla Madona di garzèun “,il giorno della Madonna dei garzoni.
I garzoni spesso erano poveri ragazzi, a volte poco più che bambini, che provenivano perlopiù dai borghi di montagna sovente accompagnati dai genitori , i quali cercavano così di allontanarli dalla fame e dalla miseria della famiglia e dei luoghi di origine.
Vi erano anche dei procacciatori che per tempo giravano per le contrade e per le terre più povere scegliendo i giovani più validi e adatti al mestiere per poi proporli nelle fiere ai coloni che ne avessero necessità.
Era una specie di mercato degli schiavi, che aveva le sue fiere più importanti alla Colonnella nella zona di Rimini, a Savignano e a San Zaccaria nel ravennate.
A volte i garzoni venivano invece dagli orfanotrofi che, pagando una retta per il mantenimento, affidavano alle famiglie contadine i maschietti abbandonati.
Poi, al compimento della maggiore età e cessata la retta, questi rimanevano quasi sempre nella famiglia che li aveva cresciuti diventando garzoni.
Ai garzoni venivano affidati i lavori più ingrati , erano sottomessi al padrone e si dovevano adeguare agli usi e al mangiare della famiglia che li aveva assunti : per loro non c’era mai riposo , buono o cattivo tempo che fosse.
Generalmente però la convivenza era buona ,i garzoni si integravano bene nella famiglia che li accoglieva e spesso duravano molti anni o addirittura tutta la vita a prestare la propria opera nella stessa casa , dove si facevano rispettare e dove talvolta trovavano la sposa.
E proprio una vicenda del genere è accaduta nella mia famiglia a metà 800.
Il bisnonno del mio nonno, Pietro Gobbi, era mezzadro di un grande podere della Tenuta Torlonia a S. Mauro , ma nonostante la moglie gli avesse dato numerosi figli , solo due , Lucia e Domenico ,sopravvissero.
Perciò, per mandare avanti il podere e per non essere mandato via, dovette assumere certamente dei garzoni , uno dei quali, Gaetano Marconi ,nato nel 1831, nel 1860 ne sposerà la figlia Lucia : una decina di anni dopo lo troviamo ancora nello stato di famiglia di Pietro ,già vedovo , professione garzone, con l’unica figlia, Virginia., nata nel 1866.
La figlia sposerà poi un mezzadro della Tenuta, e lui morirà nel 1887,a 56 anni, presumibilmente nella stessa casa dove aveva vissuto per quasi tutta la vita.
Saluti.
G.

5 commenti:

  1. Ho sentito parlare per la prima volta dei "garzoni" nelle storielle che mi raccontava il babbo quand'ero piccola. Mi pare che uno di questi garzoni protagonisti (che combinava guai a non finire, sempre un po' imbranato...) si chiamasse "Beccarivolta"... "prende la sporta e via che va..."
    Sono quei ricordi un po' sfocati, collegati, mi pare, anche a una dirindina, del genere "caccia minaccia..." eccetera).
    Complimenti per il blog, sto leggendo con molto interesse i vari post.
    Cristella/Maria Cristina Muccioli

    RispondiElimina
  2. Il 25 marzo la Chiesa festeggia l’ Annunciazione,
    ma in campagna, un tempo, quella era per tutti la Madòna di Garžon, il giorno in cui i garzoni rinnovavano i contratti, e spesso sul sagrato stesso della chiesa, dopo la messa.
    Saranno passati circa cinquant’anni dall’estinzione del garzonato e nessuno quasi ricorda questa pratica sociale fino ad allora così diffusa. Vi allego tre poesie che affrontano ognuna a loro modo e con stili diversi, la figura del garzone e il tema del garzonaggio indicandovi prima un breve profilo dei tre autori. La prima è di Aldo Spallicci, nato a Santa Croce di Bertinoro nel 1886 e morto a Premilcuore nel 1973. Figlio di medico, fu medico pediatra di non comune valore, come riconosceva in una sua lettera Augusto Murri, che gli fu maestro. Alla Romagna diede molti scritti, da esperto di studi folcloristici, letterari, storici nelle due riviste, da lui fondate e dirette, Il Plaustro e La Piê; la nobilitò con la sua poesia portando il dialetto romagnolo alle più alte espressioni.
    Spallicci, che fu un grande estimatore del mondo rurale ed anche dell’assetto mezzadrile delle nostre campagne, nel caso del garzone, però,
    è lì lì per perdere le staffe, e la Madonna a cui la data del 25 marzo è dedicata, è chiamata in causa solo attraverso un eufemismo che surrogava
    una bestemmia, quasi a ricordarle che non aveva poi fatto gran che per i suoi protetti.
    La seconda poesia è di Berto Marabini è invece poeta lughese, personaggio singolare della numerosa famiglia dei poeti dialettali di cui è il decano. Per Marabini la poesia in dialetto non è fatta per la lettura ma per la declamazione. Ha saputo dar voce e consistenza alla quotidiana fatica del vivere del popolo romagnolo rinsaldandone i momenti di tristezza ma anche i pochi sprazzi di serenità.
    Marabini forse conosceva la poesia di Spallicci, forse no: non era uomo di molte letture. Forse la coincidenza viene solo dalla comune conoscenza
    del fenomeno sociale del garzonato, dalla stessa generosità d’animo e dall’attitudine di entrambi a
    mettersi dalla parte dei più deboli e sfruttati.
    La terza poesia è di Giuliana Rocchi, nata nel 1922 a Santarcangelo di Romagna, dove è sempre vissuta e dove ha frequentato le scuole elementari fino alla quarta classe. Ha fatto la spigolatrice, l’operaia, la bracciante nelle campagne e, non più giovane, è andata a servizio presso una famiglia di Rimini. Dal padre ha ereditato l’arte delle “satre” (poesie d’occasione umoristico-satiriche), ma se n’è presto allontanata, avviandosi verso la poesia in dialetto. Le sue prime prove poetiche risolgono ai primi anni Sessanta. È morta nel 1996.
    Giuliana Rocchi che di lavori agricoli e di campagna non aveva forse diretta esperienza, parla più da donna e da mamma, e punta il dito contro quella tremenda condizione infantile che negava ai ragazzi i più elementari diritti; e pare dirci che, nonostante la miseria, il bisogno e tutto quello che si vuole, niente poteva scusare tanta durezza di cuore.
    Nel pezzo successivo le tre poesie...

    RispondiElimina
  3. La Madòna di Garzùn (di Aldo Spallicci)

    A pöch a pöch l’ass desta da e palugh
    Cun la testa insunlida la campagna
    E mérz ch’l’avé int i prem dal fest ’d fugh
    Uss n’in va cun la zesta e la gavagna.
    L’è incù e dè che i garzùn i muda lugh
    Chi vreb un patron bon, ch’un fases lagna
    Par farmes piò d’un an sempr’int un fugh
    Che e bsogn l’è fort e che quant’d no un
    s’magna.
    “A sén trop in famêja, vat’n’a bósca”,
    E e burdel l’à ciapé par la caléra
    E l’è andé par garzon, porca madósca!
    L’à da sarvì da l’eiba infena a sera,
    Magner a testa basa sora e piat
    E no dì mai la su, ch’j à fat e pat.


    E garzôu (di Berto Marabini)

    Avlé di quel incù de vecc garzôu,
    un bastarèb zént fôi… zént fôi acsè,
    tent j’era i chêl ch’l’avéva si galon,
    in sla su schêina stôrta e tal su mèn.
    Mo do parôl par lo, bsogna pu di,
    che de garzôu incù l’è la su festa,
    par ste puret ch’l’à sempar sol padì,
    par ste sumàr ch’n’à mai livè la testa.
    Da cvéng a vênt scudôn… a la piò putèna
    e ’na gabèna vêcia de padrôn
    l’era tot quèl ch’ciapeva un bôn garzôu
    da mêrz a mêrz, a piò d’zênt ôr la stména.
    L’era tla stala a e prèm starnùd de grel…
    l’era pr’al tër cun e prem sprài de sol…
    l’à sempar magnê drett com’e sumar
    la dmenga in cisa a ringraziè e Signor…
    E par che povar crest… un gn’èra scelta
    pighèr e col bsugneva…e ringraziè
    d’che pogn d’misêria…
    che ’na nidè d’fradèl a boca averta
    l’aveva a ca… chi l’astaseva apstè…


    La Madòna di Garzéun (di Giuliana Rocchi)

    Ma la Madòna di garzéun
    i i à fat la fugaróina
    però i témp i n’è comè próima
    quant i vinzóinch ad moèrz
    ormai tótt i andéva scoèlz
    a sapoè éulta i cantir.
    L’éra e dè, quel, di cuntrat:
    oènch s’i rugéva cumè i màt
    i purtéva chi burdéll
    sa chi du straz pin ad brandéll
    bén da longh da du ch’i stéva
    ch’i n’avéss véu da turnoè indrì.
    E quant pient là sòta i tétt
    at chi paiàz si cavalétt.
    E ’d dè sal pigri véa in campagna
    s’un pez ’d poèn tla su gavagna.

    Per chi fosse interessato posso fornire anche le traduzioni in italiano...
    Buona lettura a tutti! MB

    RispondiElimina
  4. Massimo mi ha "bruciato" sul filo di lana che avevo già preparato la poesia di Giuliana Rocchi. Poi, addirittura, ne ha proposte tre, quindi ripiego, per integrare quanto detto, con alcune notizie che ho racimolato. A San Pancrazio, nel ravennate, il 25 di Marzo era una occasione di festa, e nel periodo tra le due guerre mondiali, i ragazzi del bracciantato che avevano finito gli studi (così si diceva allora dopo il conseguimento della terza elementare)andavano quasi tutti a fare i garzoni. Il padre accompagnava il figlio presso la casa del contadino col quale era stato fatto il contratto e per fargli capire che doveva dare retta, che doveva ubbidire, quando lasciava il figlio per tornarsene a casa diceva a voce alta :" se un fa ben dasil dla broca!". I ragazzi avevano perso la libertà di giocare ma in compenso avevano trovato una tavola dove il mangiare era garantito. Alla fine il garzone divenne un mestiere che scomparve alla fine della prima guerra mondiale quando cominciò a svilupparsi l'edilizia prima e poi la meccanica. Il primo acquisto del garzone, dopo qualche anno di permanenza presso il contadino, dopo aver imparato ad andare in bicicletta ed aver racimolato qualche soldo, era la bicicletta. Da Tugnazi, il meccanico di San Pancrazio, i garzoni venivano a comprarla da tutta la Provincia e nel '28, il giorno della Madonna dei garzoni si racconta se ne siano vendute fino a 30.

    RispondiElimina
  5. A Conselice domani è la Festa della Madonna dei garzoni.

    RispondiElimina