sabato 1 maggio 2010

CALENDIMAGGIO

Il primo maggio è la festa mondiale dei lavoratori, istituita dall’Internazionale Socialista nel 1889 in memoria delle vittime degli scioperi che si tennero a Chicago nel 1886, dove si dimostrava per ottenere la giornata lavorativa di otto ore.
Ma questo giorno era festeggiato ancora prima in tutta Europa : i riti del Calendimaggio erano incentrati sulla forza rigeneratrice del Cosmo , simboleggiato da un grande albero, che rappresenta la forza vitale , la fortuna, la salute e la fecondità.
Nella civiltà contadina di un tempo , propiziarsi la natura era indispensabile ,e, senza scomodare i Celti, che festeggiavano questo giorno come l’inizio della “stagione chiara”, anche le nostre genti avevano canti e riti di buon auspicio, per festeggiare l’inizio di un nuovo ciclo stagionale e la rinascita della vegetazione.
Al centro di tutto dunque l’albero , che veniva eretto nelle piazze dei paesi, mentre frasche e rami fioriti si ponevano alle porte e alle finestre,e, in certe zone anche nei campi, per tenere lontane le formiche e gli insetti dannosi per le colture.
Nella notte d’ingresso di maggio, o al mattino presto dello stesso giorno, era usanza “piantare il maggio” e “cantare il maggio”:cioè ornare con rami fioriti la porta o la finestra dell’amata ,cantare serenate sotto la sua casa o canti rituali e chiassosi anche in giro per le vie e le campagne.
Nel mio paese, a S. Mauro, la tradizione di” portare il maggio” alla morosa con un ramo fiorito di biancospino si è mantenuta fino agli anni “50, così come quella della “piòpa”, il pioppo piantato in piazza, sul quale,essendo un paese di appassionati comunisti, legavano in cima la bandiera rossa.
Erano feste profane , sopravvivenza di riti arcaici per augurarsi fortuna e buoni raccolti .
Ma il profano va spesso a braccetto col sacro, tanto che il 3 maggio, per Santa Croce, i contadini intrecciano piccole croci con i rametti di olivo benedetto e le vanno a piantare in mezzo ai campi o a legare alle viti per scongiurare “la tempesta”, la grandine , il flagello da sempre più temuto nella campagna.
Come a dire....proviamole tutte,non si sa mai.....!
G.

3 commenti:

  1. Bravissima GIOVANNA, piena di notizie ed iformazioni, oltre che estremamente tempista! Hai già detto tutto sul Maggio ed io posso aggiungervi quisquiglie. La nostra amica Eleonora informa che..." Per Santa Croce, in campagna, la festa durava tre giorni, dall'1 al 3 di Maggio. In questi tre giogni con i vari Parroci ,Cappellani ed altri si benedivano i campi incenerendoli con le ceneri delle PALME già benedette ed ora bruciate per chiedere dal Cielo la protezione per i raccolti
    dell'annata." Ciao a tutti GBM

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  2. CROCI DI CANNA A PROTEZIONE DEL RACCOLTO
    Il giorno di Santa Croce (3 Maggio) é ancora viva nel territorio di Cingoli, paese delizioso nei preappennini marchigiani che vi invito a visitare, altrimenti noto come "Balcone delle Marche", la tradizione di piantare nei campi una croce fatta di canne sulla quale vengono posti dei ramoscelli di ulivo benedetti la Domenica delle Palme o nel giorno di San Pietro Martire( 29 Aprile). Lo scopo di questo rituale é quello di proteggere le colture dai temporali e dalla grandine.
    L'uso della palma benedetta come scongiuro é piuttosto antico. Padre Prospero Domenico Maroni nelle sue "Decisiones prudentiales" lo condanna insieme alle "catene del fuoco". "Quelli che pongono fuori dalla finestra la catena per far piovere, oppure la trascinano per casa, quando tempesta, a ciò non abbia a tempestare, nè far danni; o pure bruciare le palme benedette, dicendo che il fumo di esse trattengono (sic) la tempesta".
    Di questa tradizione vi sono testimonianze anche in altre zone dell'Italia centro-meridionale. In Toscana, Lastra a Signa, " per impedire che un fulmine cada su di un pagliaio i contadini mettono sulla cima di esso una croce fatta con canne, un ramo d'ulivo benedetto, un fiocchetto rosso". A Terni si celebrava una solenne Messa con la benedizione di piccole croci da mettere nei campi. fatte di canne. In Puglia, ad Otranto, rametti di olivo fissati in croci fatte di canne venivano messe nel centro del podere a protezione degli orti, delle vigne, dei prati, perchè il terreno fosse fertile e venisse propiziato un buon raccolto.In Calabria i contadini portavano (e ancora oggi portano) nei loro campi una croce fatta di canne, ornata di olivo benedetto, al termine della mietitura questa croce veniva portata sull'aia e inalberata sulla sommità delle biche (nelle Marche, il barco, ad Osimo barcò). Il tutto con buona pace del mio povero padre, che guadagnava il pane, per sè e i suoi, come ispettore del ramo grandine delle Assicurazioni Generali di Venezia! Ciao a tutti. Franco.

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  3. ASPETTI DI CIVILTA' CONTADINA. LE ROGAZIONI.

    A primavera avanzata, quando la stagione cominciava a mettersi al bello e la natura era in pieno risveglio, arrivava il tempo delle ROGAZIONi. Ve ne erano due: una detta di San Marco che si svolgeva il 25 Aprile, e una seconda, che durava tre giorni, e si svolgeva il lunedì, martedì e mercoledì che precedevano la festa dell'Ascensione.In quei giorni ci si alzava di buon mattino, si partiva in processione dalla chiesa e si faceva un lungo giro per strade, sentieri, campi.Un percorso che ogni anno cambiava, ma che si ripeteva identico ogni anno.In testa il prete con i chierichetti e a fianco i rappresentanti delle varie Confraternite con le loro casacche colorate e spesso con i loro stendardi. Dietro,le donne, i bambini e in fondo gli uomini.Il prete intonava litanie particolari ed il coro rispondeva a tono con partecipata devozione.Il percorso era studiato in modo che tutto il territorio della parrocchia potesse, sia pure a distanza, essere visto.E questo in ogni città, paese o piccola frazione.Quando si arrivava in punti prestabiliti, sempre fissi negli anni, la processione si fermava. Allora il prete alzava la croce e rivolgendosi ai quattro venti (quattro punti cardinali), cominciava:" A fulgure et tempestate" e tutti gli altri inginocchiati a terra rispondevano " Libera nos Domine", mentre lo sguardo di ognuno andava verso il proprio campo dove si era seminato grano o melica. Poi, in quell'aria tersa di primavera altre implorazioni (rogazioni): "A peste, fame, et bello" e la gente sempre a rispondere "Libera nos Domine". E ancora "Ut pacem nobis dones". "Te rogamus audi nos". E così, ad ogni fermata, si andava avanti per alcuni minuti con questo fraseggiare latino che tutti però capivano benissimo. Si riprendeva poi il cammino fino alla cappella o alla croce successiva.E guai se il parroco si dimenticava di sostare in uno dei luoghi tradizionali. Immediatamente chi era interessato a quei terreni che da lì si potevano vedere, lo avrebbe ripreso. Per evitare dimenticanze, i contadini provvedevano a collocare nei punti fissi delle semplici croci in legno che in quei giorni ornavano con fiori, ramoscelli d'ulivo benedetto o rami di biancospino. Terminato il percorso, si rientrava, ma la processione perdeva un poco della sua concentrazione e tutti, osservando con attenzione i campi, si lasciavano andare a commenti sui lavori, sull'anticipo o sul ritardo della stagione, sulle previsioni dell'annata. Al termine della Rogazione di San Marco, le donne erano solite seminare fagioli e zucchini, mentre dopo le Rogazioni dell'Ascensione si usava andare a zappare la melica.
    Scrisse il Trilussa, poeta dialettale romano, "La fede é bella senza li dubbi e senza li perchè". Franco.

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